Monster dei R.E.M. uscì a fine settembre del 1994. Quando io avevo da poco compiuto 12 anni. In effetti, quell'anno fu veramente mostruoso. La scuola era già cominciata, le giornate estive si stavano piano piano consumando, Kurt se ne era già andato, in sudafrica Mandela divenne presidente, mentre illogici conflitti di sangue imperversavano ovunque, lasciando un mondo inquieto, in cui nessuno sapeva più che direzione seguire, quale leader appoggiare, quale musica ascoltare.
Io ero alle medie, questo me lo ricordo, comprai il nono disco dei R.E.M. dopo aver passato un inverno ad ascoltare What's the frequency Kenneth alla radio. Non mi sembrava come tutti gli altri, come Out Of Time, come Automatic, o le restanti pubblicazioni per la IRS, questo è chiaro. I R.E.M. erano cambiati. I R.E.M. sghignazzavano guardando Seattle, affidando a Peter Buck più di quanto egli potesse fare con il gain dell'ampli, volevano spiazzare i fans, i critici, gli ascoltatori distratti, e in un certo senso ci riuscirono. Colsero lo spirito dei tempi, dedicarono Let Me In a Cobain, eternando il ricordo dell'eroe più grande del decennio, e si abbandonarono a qualche divagazione soffice e tenue come macchie su un intonaco appena affrescato. Fu proprio questo che mi colpì. Al di là dell'impatto sonoro, inatteso e prorompente, ci fu Strange Currencies che ancora oggi considero una delle canzoni d'amore più belle di sempre. Un brano "manieristico", certo, ma quantomai struggente, che mi vedeva alle prese con i primi teneri sentimenti adolescenziali, acerbi, distratti, vaghi, di cui ricordo ben poco. La malinconia, ecco, la malinconia potrei associarla a gran parte dei brani dell'album. Da Bang and Blame a You, la sensazione di un'atmosfera piovosa e buia pervade ogni ascolto. I R.E.M. avevano davvero cambiato rotta? Chissà se nei concerti suonavano ancora Shiny Happy people...per il momento il grunge si era impossessato di loro. E anche di me.

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